chi siamo

Storia



“La storia de i Clivi inizia negli anni 90 con l’acquisto di una piccola vigna nel cuore del Collio”



i-clivi-azienda-in-vendemmia


La passione di mio padre Ferdinando per il vino è arrivata in modo inaspettato, quasi fortunoso. Terminati gli studi da ragioniere, si poteva infatti definire ancora astemio poiché il vino prodotto e servito da nonno Adolfo nella sua osteria della bassa provincia di Treviso non gli piaceva. Serviva ai tavoli, aiutava dietro il banco e di tanto in tanto andava nei campi per la vendemmia, ma il gusto acre, tipico dei vini della zona, non gli aveva mai permesso di innamorarsi di quel liquido odoroso. Se non avesse deciso di mollare la vita da oste, un po’ per ristrettezze economiche e un po’ per la dimensione provinciale che gli stava stretta, accettando un’opportunità lavorativa in Africa occidentale al servizio di una ditta francese di trasporti, probabilmente questa storia de I Clivi non sarebbe mai stata scritta. Negli anni seguenti infatti comincia a viaggiare molto transitando spesso per la città di Parigi dove ha l’opportunità di scoprire che oltre al vino dell’osteria a Treviso ci sono sul mercato bottiglie di grandissimo valore facilmente reperibili nella capitale francese. Contro ogni aspettativa nasce così la passione per il vino, non solo per il suo valore edonistico ma soprattutto
per quello culturale e storico.
Borgogna, Bordeaux, Champagne, ma anche molti vini Friulani di storici produttori come Schiopetto, Gravner, Jermann, Abbazia di Rosazzo, Ronchi di Cialla, i Barolo di Giacosa e Mascarello, la Toscana di Montevertine tra i tanti, accompagnano le cene e le serate di mio padre a cavallo tra gli anni ‘60 e la fine degli ’80. Un grande lavoro di ricerca e approfondimento nel quale mi porta spesso con se in un periodo in cui non c’é la grancassa mediatica sul vino, né sugli enologi e sulle etichette intese come marchio. E’ un’epoca libera dai preconcetti, con prezzi affrontabili e in cui la sostanza, quindi il contenuto, vale molto più dell’etichetta e del contenitore.
Negli anni successivi, in Africa, mio padre comincia a pensare all’acquisto di una tenuta in Friuli, riuscendo a metà degli anni ’90 a coronare questo desiderio trasferendosi definitivamente in Italia, a Brazzano di Cormons, terra natia di mia madre.
E’ solo una piccola vigna di due ettari con vecchie viti sul versante sud del Monte Quarin.




ferdinando-zanusso-in-vigna-friulana


Nello stesso periodo mi laureo in economia a Milano e ritorno in Friuli per adempiere all’obbligo del servizio civile. Nel tempo che mi avanza dal servizio civile aiuto mio padre nei lavori in campagna, e vedo che lavorare i campi è un’interessantisima “messa a terra”: il contatto delle mani con la terra dopo anni di studi astratti ha su di me un effetto potentissimo. L’anno passa veloce. Libero da altri impegni mi dedico alla vigna a tempo pieno: imparo le potature, le legature, i trattamenti, lo scasso del terreno nel sottofila, la gestione della vendemmia…
Ferdinando intanto trova un altra vigna vecchia, questa volta un pò più a ovest, a Corno di Rosazzo, nei Colli Orientali, con una casa diroccata annessa. Negli anni la casa viene ristrutturata molto lentamente ricavandone una cantina interrata.
Intanto portiamo le uve a vinificare da un enologo consigliatoci da un produttore della zona che stimavamo molto: Gaspare Buscemi ci fornisce la pressa e le vasche spiegandoci le vinificazioni su lieviti indigeni, sempre e solo in acciaio. Siamo alla fine degli anni 90, di lieviti indigeni non se ne parla ancora quanto se ne parla oggi, la sua é una scelta di buon senso, non ideologica nè romantica, a noi piace l’economia di processo della sua visione, il fatto che sia una tecnica concettualmente molto semplice, bella nella sua semplicità. La adottiamo, l’acciaio ci va benissimo per capire che materia prima avessimo in mano senza contaminazioni
date dal contenitore; i lieviti indigeni ci tolgono l’ansia di dover scegliere fra migliaia di lieviti selezionati presenti sul mercato, di dover pensare a come costruire il vino; è un epoca in cui vanno di moda i sentori di banana e passion fruit sul Friulano mentre la nostra idea è invece quella di mantenere l’integrità del vino. In quegli anni produciamo 4 vini, un bianco e un rosso per ognuno dei due vigneti: Galea bianco e rosso, Brazan bianco e rosso. I bianchi sono degli uvaggi di campo, fatti con tutte le uve del vigneto (Friulano e Verduzzo a Galea, Friulano e Malvasia a Brazan), mentre i rossi provengono dall’unica uva rossa che abbiamo, il Merlot. Scelta perfetta ma complicatissima da spiegare ad un mercato di vini friulani incentrato sui monovitigni.
Intanto cominciamo a maturare scelte diverse: capiamo che il Verduzzo e la Malvasia marcano troppo il Friulano e quindi cominciamo a separare i vitigni vinificando in totale autonomia senza l’aiuto e il consulto di nessuno. Sperimentiamo liberamente riducendo i passaggi nella vinificazione, senza chiarificare, senza torchiare le uve, insomma ci rendiamo indipendenti comprando anche una pressa tedesca (la pressa non è un dettaglio, molti produttori sono bravissimi in campagna poi spremono l’uva con delle presse disastrate che superossidano i mosti e fanno un sacco di feccia), e possiamo così esprimere la nostra visione di vino al meglio delle nostre possibilità.




mario-zanusso-in-vigna-vendemmia


Non paghi, dopo anni di sperimentazioni e di microvinificazioni ad uso personale con delle uve comprate, riusciamo a piantare il nostro primo vigneto di Ribolla Gialla, quello che definisco un vitigno d’avanguardia e, probabilmente il futuro per questa zona viticola. Per noi, almeno, è il vino che stappiamo con più facilità a casa, sulle nostre tavole e che rappresenta una tappa fondamentale di un percorso che ormai comincia ad essere consistente. Una ribolla da vinificare filologicamente, senza macerazioni, tecnica per noi impossibile.
Era il 2008, l’annata della svolta e della crisi non solo economica mondiale, ma anche aziendale.
Perdiamo tutta la produzione a causa della peronospora che aveva colpito i nostri vigneti. In seguito ad un incidente con il trattore quell’anno non riesco a trattare la vigna e la produzione di soli 20 ettolitri (meno di 3000 bottiglie) è un lavoro faticoso che costa ore di cernita e pulizia delle uve vendemmiate. Un vero disastro che ci fa però capire cosa desideriamo dai nostri vini. Nessuna chiarifica, spremitura
di solo mosto fiore, malolattica a seconda della stagione, maturazione lunghissima sulle fecce fini trattate in legno: la nostra strada, ne siamo tutt’ora consapevoli. Cominciamo a vinificare i vitigni separatamente evitando l’eccessiva estrazione e puntando sul recupero della leggerezza, della levità come valore non come segno di povertà per i vini.
Vogliamo opporci all’iperconcentrazione burrosa che imperava e che per molti anni è stato il modello estetico dominante.
A questo processo si accompagna naturalmente anche un ritorno ad una certa moderazione alcolica, a gradazioni più consone alla grande tradizione di queste terre: 12.5 gradi per il Friulano, 11,5 per la Ribolla… si poteva, si può, e l’abbiamo fatto per tornare a vini bianchi freschi e con un’estetica classica.
Qualcuno direbbe che i nostri sono vini per sottrazione, e forse si, ci piace cercare di dare un’impronta più leggera e fresca a quello che produciamo… “Less is more”.
Il resto, è storia recente.


Mario Zanusso



vigna-vini-friulani-in-vendemmia


ferdinando-zanusso-i-clivi-ritratto
Ferdinando Zanusso
mario-zanusso-i-clivi-ritratto
Mario Zanusso